21 marzo 2019

Federal Reserve: Tassi Usa e Previsioni sulle Decisioni

Le decisioni della Federal Reserve sui tassi Usa, previsioni e prospettive, ultimi dati economici - aggiornamento 21 marzo 2019
Nessun rialzo dei tassi Usa da parte della Federal Reserve nel mese di marzo ma anche conferma, dopo la riunione del Fomc del 20 marzo, che nel 2019 non ci saranno aumenti dei tassi americani: le decisioni della Fed confermano la linea attendista della presidenza Powell, dovuta a previsioni al ribasso per la crescita economica e l'inflazione. L'ultimo rialzo dei tassi resta dunque quello del 19 dicembre 2'18 (dopo quelli di marzo, giugno e settembre 2018, tutti aumenti di un quarto di punto): i tassi di interesse sui Fed Funds sono nella fascia 2,25-2,50%.

Il governatore Powell, nella conferenza stampa seguente al board della Fed, dicendo che vi è la "necessità di un approccio basato sulla 'pazienza' da parte dell'Istituto", ha in sostanza confermato quanto detto nella precedente occasione, ovvero che le stime di crescita dell'economia americana per il 2018-19 sono state riviste leggermente al ribasso (sa 2,3% a 2,1%) e che, anche a causa dell'aumentata volatilità dei mercati negli ultimi mesi, la già prevista stretta monetaria sarà rallentata: lo scorso anno si prevedevano per il 2019 almeno due rialzi dei tassi, scesi poi a uno, mentre dopo la riunione del Fomc del 20 marzo ormai si ritiene che per quest'anno le decisioni della Federal Reserve saranno improntate al mantenimento degli attuali livelli.

In particolar modo si nota un rallentamento nella crescita dell'inflazione, che stava lo scorso anno riprendendo vigore come voluto dalla Fed; i dati macro restano comunque buoni, come la disoccupazione al minimo da 49 anni a questa parte.

Se è vero che la politica monetaria espansiva della Fed è ufficialmente finita nel 2016, ancora non si può certo dire che siano numeri da "stretta monetaria", visto che per trovarli più alti occorre risalire al 2008; inoltre Powell ha ribadito nel mese di settembre che "la politica monetaria resta accomodante" anche se tale frase è stata tolta dal comunicato ufficiale del board della Fed dopo diversi anni. Le previsioni sulle decisioni della Federal Reserve indicano ora un "tasso neutrale" al 2,75% e non più il 3% come durante il mandato della Yellen.

La crescita economica nel 2019 è prevista moderata, dunque sia la Federal Reserve che le altre principali banche centrali mondiali, dalla BCE alla BoE, hanno in programma di mantenere bassi i tassi (la Fed in particolare ha già fatto intendere che i rialzi previsti fino all'anno scorso sono di fatto bloccati).

Restano abbastanza positivi i numeri dei fondamentali economici dell'economia statunitense:
  • l'inflazione è ora all'1,8%: di certo un tasso che si è risollevato rispetto a tre anni fa, ma le proiezioni per il 2019 indicano stagnazione (tanto che il previsto 1,9% per fine anno non pare più raggiungibile)
  • la crescita economica: le previsioni per il 2019 indicano ora una crescita non oltre il 2,1% (precenti stime 2,3 / 2,4%)
  • ottimo il dato relativo all'occupazione, al massimo da quasi 50 anni: per il 2019 e il 2020 si prevede un tasso di disoccupazione intorno al 3,5%, inferiore anche all'attuale 3,7% che è già un minimo storico
Come affermato da Powell, il 2018 risulta essere l'anno migliore dalla crisi esplosa nel 2008.

Restano le perplessità per la politica economica di Trump a base di tagli alle tasse delle grandi aziende ma in particolare di dazi doganali, che già stanno scatenando una guerra commerciale con la Cina, causa di vari scivoloni dei mercati nel corso dell'anno e che getta ombre anche sul commercio per il 2019.

Previsioni tassi di interesse americani e condizioni economiche - I rialzi dei tassi di interesse americani di marzo, giugno, settembre e dicembre 2018 erano ampiamente previsti dai mercati. Dunque nella seconda parte dello scorso anno vi fu la "sorpresa" positiva che la Federal Reserve appariva più ottimista sulla situazione economica statunitense, tanto dopo il rialzo di settembre venne anche cambiato radicalmente il tipo di comunicato emesso dopo il board, in particolare eliminando la frase che ricorreva da diversi anni "L’orientamento della politica monetaria resta accomodante" perché ritenuto un "linguaggio non più adeguato" alla situazione, anche se comunque Powell ha ribadito a voce che la politica monetaria accomodante durerà ancora.

Purtroppo però la fine del 2018 e l'inizio del 2019 hanno smorzato questo ottimismo (ottimismo per lo meno manifestato in pubblico): ora si capisce chiaramente che la crescita economica sarà fiacca, anzi c'è chi teme anche il possibile avvio di una recessione. Le previsioni sulle decisioni della Federal Reserve indicano che la stretta monetaria verrà rinviata a non prima del 2020, con la fine della politica accomodante degli ultimi 10 anni: se il 3% è indicato come livello neutro, dal secondo semestre 2020 si comincerebbe a salire oltre, con obiettivo oltre il 3.50%. Previsto nessun rialzo dei tassi Usa nel 2019.

Riforma fiscale Trump: effetti incerti per la Federal Reserve - Sulla politica fiscale del presidente Trump a base di tagli alle tasse la Fed per ora non si sbilancia, nè in positivo nè in negativo. Infatti Powell non ha fatto collegamenti tra le migliori prospettive sulla crescita economica in termini di Pil e l'aumento dei tassi di interesse con la riforma fiscale in atto, dicendo solo che "È possibile che il tasso neutrale si muova verso l’alto, per esempio, per una maggiore espansione fiscale. Ci sono ricerche che dicono questo, e ci sono ragioni perché possa avvenire proprio questo". Ovviamente un deciso taglio delle tasse può stimolare la domanda e incentivare gli investimenti, facendo così crescere anche la produttività, tuttavia Powell sottolinea come il costo del denaro sia solo uno dei tanti fattori da considerare e che i governatori rimangono incerti sui possibili effetti della riforma fiscale di Trump.

I dazi di Trump sono un rischio per la crescita - Ovviamente la questione della svolta protezionistica intrapresa dalla politica economica di Trump preoccupa la Federal Reserve. Certo il governatore Powell dice che "Non c’è stata nessuna indicazione che le novità nella politica commerciale debbano avere effetti sulle attuali prospettive" ma il fatto che espliciti il fatto che alcuni governatori delle Federal statali abbiano raccolto le forti preoccupazioni degli imprenditori e che per alcuni stessi membri del board i dazi siano un rischio concreto per la crescita, la dice lunga.

La stabilità finanziaria Usa non è in discussione - Sono moderate le vulnerabilità del sistema finanziario statunitense: nelle grandi istituzioni finanziarie "si vedono capitali elevati, una più ampia liquidità, una maggiore consapevolezza dei rischi e una maggiore capacità di gestirli con gli stress test ... non si vede un elevato leverage o un’eccessiva assunzione di rischi, come si è invece avuta prima della crisi». Nonostante ci siano immobili commerciali e alcuni titoli azionari con prezzi sopravalutati, questo non sussiste per le abitazioni.
andamento storico dei tassi di interesse americani
Come dimostra il grafico dell'andamento dei tassi di interesse sui Fed fund Usa,
siamo ben lontani dai livelli pre-crisi: la politica monetaria espansiva
della Federal Reserve non può dirsi ancora conclusa.
La decisione della Federal Reserve di alzare i tassi era nel solco di una strada che pareva un po' obbligata, non era infatti pensabile che portare avanti per un decennio una politica monetaria tanto accomodante come fatto fino al 2016. Certo in questi anni un po' tutte le banche centrali del mondo hanno fatto così per diversi motivi, una su tutte la BCE col Quantitative Easing, ma anche il Giappone, la Svizzera, la Gran Bretagna (non solo ultimamente per la Brexit) e altre ancora. Tra il 2017 e il 2018 pareva che le cose stessero per cambiare, ma poi come visto la Fed Usa ha dovuto fare una parziale marcia indietro e anche la BCE, pur chiudendo il QE, ha comunque annunciato un nuovo piano Tltro e il mantenimento dei tassi di interesse al minimo ancora a lungo.

La crescita dell'economia statunitense è costante ma come per quella europea e mondiale ci sono delle incertezze: i salari stagnano da molto tempo, le incognite politiche globali sono parecchie e non solo riguardanti la presidenza Trump, i rapporti Usa-Cina e Usa-Russia, il destino dell'Unione Europea, la situazione mediorientale.

fed usa tassi d'interesseIn tutto questo le previsioni sull'andamento del cambio euro-dollaro indicano che il biglietto verde, anche se supportato meno del previsto dai rialzi dei tassi Usa, ha comunque una discreta forza: se nel 2017 l'euro ha iniziato un costante recupero nonostante il freno del QE, questo recupero nel 2018 ha subito un accelerazione nella prima parte dell'anno per poi arenarsi e tornare indietro.

L'inizio non pare dar ragione a quegli analisti che ritenevano possibile un recupero della valuta europea su quella americana: il cambio EUR/USD rimane inchiodato a 1,14-1,12 senza mostrare segnali di crescita

D'altra parte gli aumenti dei tassi avvenuti nel 2017 non hanno impattato granchè sul cambio, erano ampiamente previsti e i movimenti sono stati minimi, continuando l'EUR/USD il suo movimento dovuto ad altri fattori. I mercati non solo "prevedono" i rialzi dei tassi di interesse ma anche quelli dei rendimenti dei Treasury bond Usa, restano comunque le incertezze sui mercati azionari: per il 2019 è difficile fare previsioni, ma se la situazione dovessere restare difficile come il secondo semestre 2018 ha dimostrato, il dollaro potrebbe comunque tenere botta.

Si potrebbe obbiettare che con un costo del denaro più elevato gli investimenti sono più cari per le imprese in quanto pagano più interessi per i finanziamenti, inoltre con un dollaro più forte le esportazioni sono più difficili. Tuttavia secondo gli analisti il peso della politica fiscale accomodante che Trump sta introducendo dovrebbe essere superiore a questi due fattori e dunque stimolare la crescita reale, gli investimenti delle aziende, i loro titoli azionari e obbligazionari, dunque anche i consumi, la finanza, l'inflazione...

Tutto oro quel che luccica? Non è detto, perchè va considerato che l'economia statunitense sembra al termine di un ciclo economico durato 7 anni che
  1. o sarà seguito da un altro ciclo di crescita stimolato proprio dalle novità di politica economica introdotte dalla presidenza a guida repubblicana, in rottura con gli 8 anni di guida democatica
  2. oppure, come gli storici economici affermano, sarà seguito da per lo meno un "mini ciclo" recessivo causato proprio dalla normalizzazione, dalla stretta della politica monetaria.
La seconda ipotesi fa ritenere che in ogni caso la Federal Reserve proseguirà con rialzi dei tassi di interesse prudenti per una normalizzazione alquanto graduale, nonostante alcuni membri attuali del board saranno sostituiti da Trump con altri più "falchi" e più vicini alle posizioni del presidente. Lo stesso presidente sarà più moderato rispetto a quanto dichiarato in campagna elettorale e i Repubblicani, per mantenere il controllo del Congresso alle elezioni di mid term, impediranno che appunto si viri verso una stretta economica eccessiva che ostacolerebbe la crescita.

Nessun commento: