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La Federal Reserve Alza i Tassi d'Interesse Ma Resta Accomodante: Situazione e Previsioni Aggiornate

giovedì 16 marzo 2017 Aggiornato il:

Previsioni sui tassi d'interesse Usa aggiornate, prospettive con Trump presidente e ultimi dati economici - Dopo il rialzo di un quarto di punto avvenuto mercoledì 14 dicembre 2016, ad un anno esatto dal precedente che fu il primo dopo 7 anni, la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse anche il 15 marzo 2017, portandoli così nella forbice 0.75-1.00%: non si può certo dire che siano numeri da "stretta monetaria", visto che per trovarli più alti occorre risalire al 2008 (cfr il grafico più sotto), anno in cui a causa della crisi cominciò la politica monetaria accomodante che, nel concreto, persiste ancora oggi. Ma i tempi sono maturi per iniziare la svolta - con prudenza, come detto più volte dalla Yellen nell'ultimo anno e ribadito mercoledì - perchè i fondamentali macroeconomici dell'economia statunitense evidenziano la crescita economica, inoltre ci si aspetta che le politiche economiche e finanziarie del presidente Trump favoriranno l'aumento dell'inflazione (c'è chi prevede addirittura un 3% a fine 2017, ma le stime più affidabili non vanno oltre al 2%). Per quest'anno ci si attende che la Fed aumenti i tassi ancora due volte per arrivare a quota 1.50% a fine anno, poi a fine 2018 verso il 2%, ma restando comunque "accomodante", sempre che non ci siano cambiamenti importanti. Ecco quindi l'aggiornamento della situazione, le previsioni sull'andamento dei tassi d'interesse americani e qualche consiglio su come investire.

Nel dicembre 2015 la Federal Reserve alzò il costo del denaro dello 0.25% portando il Fed Fund in area 0.25-0.50% per la prima volta dal dicembre 2008, quando lo abbassò a 0-0.25% per affrontare la tremenda crisi dei mutui subprime. Per tutto il 2016 poi non ha più ritoccato il tasso, professando un'estrema prudenza dovuta alle incertezze di una crescita economica con alcuni interrogativi (negli Usa stessi ma anche in Europa e nel resto del mondo, ovviamente influenzati dalle vicende americane e dall'andamento del dollaro) ma anche di una situazione politica segnata dalle elezioni presidenziali più polarizzate della storia.

L'elezione di Trump come 45esimo presidente degli Stati Uniti è stata ben accolta dai mercati, mercati che comunque hanno già ampiamente metabolizzato il rialzo dei tassi del 14 dicembre con un incremento di un altro quarto di punto, quindi col passaggio del Fed Fund in area 0.50-0.75%, un aumento ampiamente previsto da mesi e dato per certo nelle ultime settimane.

Il 15 marzo 2017 nuovo rialzo dei tassi di interesse americani: la Federal Reserve ha infatti portato il Fed Fund allo 0.75%-1.00%.

andamento tassi di interesse americani

Le previsioni sui tassi d'interesse americani per il 2017 elaborate dagli analisti propendono per altri due rialzi  nel corso dell'anno, anche se alcuni si spingono a dire anche quattro. Tuttavia Janet Yellen ha confermato proprio il 15 marzo che ce ne saranno solo due e la maggioranza degli analisti indica per la fine del 2017 un costo del denaro dell'1.25-1.50%. Chi ritiene che ci possano essere fino a quattro rialzi ipotizza fino a 1.75%, ma ormai appare chiaro che trattasi di un'ipotesi alquanto improbabile.

La Federal Reserve comunque proseguirà sì nella strada della normalizzazione della politica monetaria, ma con prudenza: c'è infatti nel board un certo scetticismo sulle riforme economiche, finanziarie e fiscali dell'amministrazione Trump e sull'impatto che potrebbero avere sulla crescita economica degli Stati Uniti ed i dati macro. Comunque per ora le stime restano buone, questi gli ultimi aggiornamenti forniti:
  • il Pil dovrebbe crescere del 2,1% nel 2017 e anche nel 2018, lieve miglioramento rispetto alla precedente attesa del 2%
  • il tasso di disoccupazione dovrebbe restare intorno al 4,5% come stimato a dicembre
  • l'inflazione è prevista all'1,9% quest'anno e 2% il prossimo, in crescita come da precedenti stime
Come confermato direttamente dalla Yellen, pur alzando i tassi la Federal Reserve resterà accomodante e continuerà a reinvestire i Titoli acquistati negli anni scorsi durante il "tapering" (l'equivalente del QE della BCE), così che l'aggiustamento dei tassi sul mercato secondario sia graduale.

La politica monetaria dei bassi tassi di interesse è servita per uscire dalla crisi economia innescata dalla crisi dei mutui subprime ed è stata affiancata, almeno durante gli otto anni della presidenza Obama, da un generale aumento delle tasse per le imprese ma anche delle imposte sui redditi personali. Ora che l'economia sembra fornire con costanza segnali positivi è appunto il momento di una normalizzazione per la politica monetaria, che a quanto pare con la nuova presidenza repubblicana verrà sostituita dalla politica di alleggerimento fiscale nel ruolo di stimolo alla crescita economica: ci saranno più investimenti perchè appunto le aziende pagheranno meno tasse, i cittadini consumeranno di più, saliranno i prezzi.

La decisione della Federal Reserve di alzare i tassi è comunque nel solco di una strada che pare un po' obbligata, non è pensabile che sin porti avanti per un decennio una politica monetaria tanto accomodante come fatto negli ultimi anni. Certo in questi anni un po' tutte le banche centrali del mondo hanno fatto così per diversi motivi, una su tutte la BCE col Quantitative Easing, ma il Giappone, la Svizzera, la Gran Bretagna (non solo ultimamente per la Brexit) e altre ancora, ma si avverte comunque che l'aria sta per cambiare, anche se ci sono davvero tante incognite.

Va detto infatti che seppur con costante, la crescita dell'economia statunitense è molto lenta, come quella europea e mondiale (pochi paesi hanno performance interessanti, ma sono paesi marginali per lo più o Paesi Emergenti), i salari stagnano da molto tempo, le incognite politiche globali sono parecchie e non solo riguardanti la presidenza Trump, i rapporti Usa-Cina e Usa-Russia, il destino dell'Unione Europea, la situazione mediorientale.

fed usa tassi d'interesseComunque a preoccupare la Federal Reserve c'è soprattutto la politica di bilancio annunciata da Trump: c'è sì la proposta di tagliare molte spese federali ma non quelle per la Difesa e la sicurezza, che sono in realtà due pozzi senza fondo, poi l'impatto sociale della contro-riforma sanitaria con la cancellazione dell'Obamacare che ovviamente avrebbe risvolti economici di non poco conto.

Tra i punti-chiave del programma di Trump c'è una forte riduzione della pressione fiscale sulle aziende, in particolare sui profitti e sugli utili portati all'estero da far rientrare per essere investiti in patria; oltre agli sgravi fiscali, Trump ha anche annunciato un piano di investimenti pubblici e la volontà di ristrutturare il debito. Queste mosse, unite alla crescita economica, porteranno ad un rialzo sensibile dell'inflazione, per lo meno rispetto ai valori attuali e alla tendenza degli ultimi anni: questo è un altro elemento che consentirà - o forzerà - la Federal Reserve ad aumentare i tassi di interesse. Va inoltre detto che stanno tornando a crescere i prezzi delle materie prime e del petrolio, altro fattore che incide sull'aumento dell'inflazione, seppur meno negli Usa che in Europa.

In tutto questo le previsioni sull'andamento del cambio euro-dollaro hanno di nuovo la parità tra gli scenari possibili nel 2017, anche perchè il dollaro già si rafforza in quanto le aspettative dei mercati hanno come sempre effetti in anticipo sui fatti. Ed i mercati non solo "prevedono" i rialzi dei tassi di interesse, tanto che i rendimenti dei Treasury bond Usa sono schizzati ad inizio dicembre 2016 al 2.47% raggiungendo i massimi da luglio 2015, ma anche la continuazione del trend positivo del mercato azionario proprio grazie alla politica economica di Trump (vedasi il focus Investire in Borsa nel 2017: Previsioni su Wall Street). Comunque l'aumento dei tassi avvenuto il 15 marzo non ha impattato granchè, era ampiamente previsto, e l'EUR/USD è rimasto intorno a 1.06/1.07.

A tal proposito si potrebbe obbiettare che con un costo del denaro più elevato gli investimenti sono più cari per le imprese in quanto pagano più interessi per i finanziamenti, inoltre con un dollaro più forte le esportazioni sono più difficili. Tuttavia secondo gli analisti il peso della politica fiscale accomodante che Trump introdurrà dovrebbe essere superiore a questi due fattori e dunque stimolare la crescita reale, gli investimenti delle aziende, i loro titoli azionari e obbligazionari, dunque anche i consumi, la finanza, l'inflazione...

Tutto oro quel che luccica? Non è detto, perchè va considerato che l'economia statunitense sembra al termine di un ciclo economico durato 7 anni che
  1. o sarà seguito da un altro ciclo di crescita stimolato proprio dalle novità di Trump
  2. oppure, come gli storici economici affermano, sarà seguito da per lo meno un "mini ciclo" recessivo causato proprio dalla normalizzazione, dalla stretta della politica monetaria.
La seconda ipotesi fa ritenere che in ogni caso la Federal Reserve proseguirà con rialzi dei tassi di interesse prudenti per una normalizzazione alquanto graduale, nonostante alcuni membri attuali del board saranno sostituiti da Trump con altri più "falchi" e più vicini alle posizioni del presidente (la stessa Yellen terminerà il suo mandato nel 2018), Lo stesso presidente sarà più moderato rispetto a quanto dichiarato in campagna elettorale e i Repubblicani, per mantenere il controllo del Congresso alle elezioni di mid term, impediranno che appunto si viri verso una stretta economica eccessiva che ostacolerebbe la crescita.

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