22 marzo 2018

Tassi di Interesse Usa: Situazione Aggiornata, Previsioni e Fattori Determinanti

Previsioni sui tassi d'interesse Usa, prospettive e ultimi dati economici - aggiornamento 12 febbraio 2018
La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse il 21 marzo 2018 portandoli così nella forbice 1.50-1.75%, dopo un analogo rialzo di un quarto di punto il 13 dicembre scorso e come già ampiamente previsto dai mercati, proseguendo la strada verso una normalizzazione monetaria iniziata esattamente due anni fa, nel dicembre 2015, tramite moderati rialzi dei tassi ogni sei mesi circa. L'inizio della presidenza Powell, entrato in carica il 5 febbraio 2018, dà conferma a chi ha previsto che potrebbe portare ad una leggera accelerazione del processo, tramite un rialzo dei tassi in più rispetto ai tre previsti per quest'anno, ma in ogni caso non si può certo dire che saranno numeri da "stretta monetaria", visto che per trovarli più alti occorre risalire al 2008. Ci sono incertezze dovute all'inflazione che non cresce nonostante la crescita economica e alla politica economica di Trump a base di dazi doganali e tagli alle tasse, ma i tempi sono maturi per iniziare la svolta - con prudenza, come detto più volte dalla Yellen nell'ultimo biennio - perchè i fondamentali macroeconomici dell'economia statunitense sono buoni. Facciamo il punto della situazione con le previsioni per il 2018, il primo anno di Jerome Powell a capo del board della Fed: anche se scelto dal presidente Trump, gli analisti ritengono che trattandosi di una "versione repubblicana della Yellen" il suo mandato sarà nel segno della continuità nella politica economica intrapresa fin'ora.

Previsioni tassi di interesse americani e condizioni economiche - rialzo dei tassi di interesse americani del 21 marzo 2018 era ampiamente previsto dai mercati, la "sorpresa" però è che la Federal Reserve appare un po' meno ottimista sulle condizioni economiche degli Stati Uniti, anche se comunque le previsioni sugli aumenti dei tassi per i prossimi due anni - previsioni provenienti dallo stesso board dei vari governatori delle Federal statali - sono state riviste al rialzo: sempre graduali ma probabilmente più numerose perchè una normalizzazione troppo prudente ora potrebbe richiedere un'accelerata troppo brusca nel prossimo biennio. Infatti Jerome Powell, il nuovo governatore della Federal Reserve Bank al suo esordio con aumento dei tassi e comunicati, ha detto che "Alzare i tassi troppo lentamente farebbe aumentare il rischio che la politica monetaria debba diventare bruscamente restrittiva e questo danneggerebbe l’espansione economica. Stiamo cercando di prendere una via di mezzo e questa consiste nell’alzare i tassi gradualmente fino a quando l’economia proseguirà sul suo percorso".

Nel comunicato del board della Federal Reserve a seguito della riunione del 21 marzo che ha deciso l'aumento dei tassi di interesse di un altro quarto di punto, portandoli così a quota 1.50-1.75%, si legge che la crescita economica ha avuto un "ritmo moderato" quando a gennaio era una "crescita solida", inoltre si specifica che c'è stato un rallentamento dei consumi e degli investimenti rispetto al forte andameto dell'ultimo trimestre 2017. Viene però confermato un esplicito ottimismo per la situazione in quanto "i rischi restano bilanciati" e si prevede una "crescita a ritmo graduale".
Come detto cambiano anche le previsioni sull'andamento di questo processo di normalizzazione monetaria: se ancora non si può certo parlare di stretta vera e propria, comunque appare chiaro che la strada dei rialzi graduali e costanti è ormai tracciata. Per il 2018 sono previsti altri due rialzi per far chiudere l'anno a quota 2.00-2.25%, mentre per fine 2019 si prevede ora quota 2.75-3.00% contro il 2.50-2.75% di dicembre, raggiungendo così in anticipo l'obiettivo di lungo periodo indicato l'anno scorso.

Le previsioni sui tassi di interesse americani indicano che la stretta monetaria potrebbe iniziare dal 2020 con la fine della politica accomodante e espansiva degli ultimi 10 anni: se il 3% è indicato come livello neutro, dal secondo semestre 2020 si comincerebbe a salire oltre, con obiettivo oltre il 4%.

Previsioni inflazione, disoccupazione e Pil Usa - Si indica il 2020 anche perchè, secondo le stime, tra due anni il tasso di inflazione è previsto finalmente al 2-2.1%. Le previsioni sul Pil indicano una crescita del 2.7% per il 2018, del 2,4% per il 2019 (stime più ottimiste di quelle di dicembre) mentre per il 2020 si indica una crescita del 2% (nessuna variazione). Il tasso di disoccupazione potrebbe calare nel 2019 e nel 2020 al 3,6%, dall’attuale 4,1%. Da notare che Powell si sia detto "stupito" che l'inflazione è ancora praticamente ferma nonostante l'aumento del tasso di occupati, collegando però la cosa alla "non crescita" dei salari visto che le retribuzioni sono la somma delle variazioni nella produttività e nei prezzi.

Riforma fiscale Trump: effetti incerti per la Federal Reserve - Sulla politica fiscale del presidente Trump a base di tagli alle tasse la Fed per ora non si sbilancia, nè in positivo nè in negativo. Infatti Powell non ha fatto collegamenti tra le migliori prospettive sulla crescita economica in termini di Pil e l'aumento dei tassi di interesse con la riforma fiscale in atto, dicendo solo che "È possibile  che il tasso neutrale si muova verso l’alto, per esempio, per una maggiore espansione fiscale. Ci sono ricerche che dicono questo, e ci sono ragioni perché possa avvenire proprio questo".  Ovviamente un deciso taglio delle tasse può stimolare la domanda e incentivare gli investimenti, facendo così crescere anche la produttività, tuttavia Powell sottolinea come il costo del denaro sia solo uno dei tanti fattori da considerare e che i governatori rimangono incerti sui possibili effetti della riforma fiscale di Trump.

I dazi di Trump sono un rischio per la crescita - Ovviamente la questione della svolta protezionistica intrapresa dalla politica economica di Trump preoccupa la Federal Reserve. Certo il governatore Powell dice che "Non c’è stata nessuna indicazione  che le novità nella politica commerciale debbano avere effetti sulle attuali prospettive" ma il fatto che espliciti il fatto che alcuni governatori delle Federal statali abbiano raccolto le forti preoccupazioni degli imprenditori e che per alcuni stessi membri del board i dazi siano un rischio concreto per la crescita, la dice lunga.

La stabilità finanziaria Usa non è in discussione - Sono moderate le vulnerabilità del sistema finanziario statunitense: nelle grandi istituzioni finanziarie "si vedono capitali elevati, una più ampia liquidità, una maggiore consapevolezza dei rischi e una maggiore capacità di gestirli con gli stress test ... non si vede un elevato leverage o un’eccessiva assunzione di rischi, come si è invece avuta prima della crisi». Nonostante ci siano immobili commerciali e alcuni titoli azionari con prezzi sopravalutati, questo non sussiste per le abitazioni.
andamento storico dei tassi di interesse americani
Come dimostra il grafico dell'andamento dei tassi di interesse sui Fed fund Usa,
siamo ben lontani dai livelli pre-crisi: la politica monetaria espansiva
della Federal Reserve non può dirsi ancora conclusa.
La decisione della Federal Reserve di alzare i tassi è nel solco di una strada che pare un po' obbligata, non è pensabile che sin porti avanti per un decennio una politica monetaria tanto accomodante come fatto negli ultimi anni. Certo in questi anni un po' tutte le banche centrali del mondo hanno fatto così per diversi motivi, una su tutte la BCE col Quantitative Easing, ma anche il Giappone, la Svizzera, la Gran Bretagna (non solo ultimamente per la Brexit) e altre ancora, ma si avverte comunque che l'aria sta per cambiare (la stessa BCE sta ormai per chiudere il QE anche se manterrà i tassi di interesse bassissimi per molto tempo ancora), anche se ci sono davvero tante incognite.

Va detto infatti che seppur non costante, la crescita dell'economia statunitense è lenta, come quella europea e mondiale (pochi paesi hanno performance interessanti, ma sono paesi marginali per lo più o Paesi Emergenti), i salari stagnano da molto tempo, le incognite politiche globali sono parecchie e non solo riguardanti la presidenza Trump, i rapporti Usa-Cina e Usa-Russia, il destino dell'Unione Europea, la situazione mediorientale.

fed usa tassi d'interesseIn tutto questo le previsioni sull'andamento del cambio euro-dollaro indicano che il biglietto verde non ha più la forza mostrata fino a tutto il 2016: già nel 2017 l'euro ha iniziato un costante recupero nonostante il freno del QE, un recupero che sta continuando in questo 2018 e che per gli analisti sarà il trend del breve-medio periodo, nonostante i preventivati rialzi dei tassi Usa e il concomitante mantenimento ai minimi di quelli europei da parte della BCE.

D'altra parte gli aumenti dei tassi avvenuti nel 2017 non hanno impattato granchè sul cambio, erano ampiamente previsti e i movimenti sono stati minimi, continuando l'EUR/USD il suo movimento dovuto ad altri fattori. I mercati non solo "prevedono" i rialzi dei tassi di interesse ma anche quelli dei rendimenti dei Treasury bond Usa e la continuazione del trend positivo del mercato azionario previsto per quest'anno. (vedasi il focus Investire in borsa nel 2018: azioni favorire sui bond).

Si potrebbe obbiettare che con un costo del denaro più elevato gli investimenti sono più cari per le imprese in quanto pagano più interessi per i finanziamenti, inoltre con un dollaro più forte le esportazioni sono più difficili. Tuttavia secondo gli analisti il peso della politica fiscale accomodante che Trump sta introducendo dovrebbe essere superiore a questi due fattori e dunque stimolare la crescita reale, gli investimenti delle aziende, i loro titoli azionari e obbligazionari, dunque anche i consumi, la finanza, l'inflazione...

Tutto oro quel che luccica? Non è detto, perchè va considerato che l'economia statunitense sembra al termine di un ciclo economico durato 7 anni che
  1. o sarà seguito da un altro ciclo di crescita stimolato proprio dalle novità di politica economica introdotte dalla presidenza a guida repubblicana, in rottura con gli 8 anni di guida democatica
  2. oppure, come gli storici economici affermano, sarà seguito da per lo meno un "mini ciclo" recessivo causato proprio dalla normalizzazione, dalla stretta della politica monetaria.
La seconda ipotesi fa ritenere che in ogni caso la Federal Reserve proseguirà con rialzi dei tassi di interesse prudenti per una normalizzazione alquanto graduale, nonostante alcuni membri attuali del board saranno sostituiti da Trump con altri più "falchi" e più vicini alle posizioni del presidente. Lo stesso presidente sarà più moderato rispetto a quanto dichiarato in campagna elettorale e i Repubblicani, per mantenere il controllo del Congresso alle elezioni di mid term, impediranno che appunto si viri verso una stretta economica eccessiva che ostacolerebbe la crescita.

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